Opere tradotte – Italiano

Traduzioni di Francesca Marcozzi
(si ringraziano l’autrice e Benedetta de Mari per la collaborazione)

Imprigionata nelle tue impronte io continuo
in questi giorni di arancia e noia
a stendere la pelle nell’aria di pioggia.
Bolle l’acqua.

Ritorno a un’isola che si feconda
nel suo ventre di burroni,
al nastro nero di lapilli umidi:
i pori
si ammucchiano come rose appassite
sotto questa luna che non ti tratterrà.
Verso l’infuso.

Sul giallo ambrato il sedimento dell’ultimo silenzio.
Lo finisco
mentre ti penso come una strada sporca,
tristemente in salita,
cammino della città.

(*) “E ti offre tè e arance/ dalla lontana Cina/…/ e lascia che il fiume risponda / che sei sempre stato il suo amante.”
Leonard Cohen

Lo straniero

A Elicura Chiuailaf

Muto come chi danza sotto l’acqua
e sogna.
Ogni notte ritorna a una città
arenata nell’ombra degli alberi
dove un bimbo fa tesoro dei nomi delle cose,
quei nomi che dovranno spartirselo
mentre le sue dita imprimono nell’aria
un altro alfabeto.

L’amore

Aveva nello sguardo e nell’età l’aspetto
di un angelo caduto.

Insieme al tuo nome più antico, l’impronta
che era solito lasciare il circo
sull’erba e nel persistere dell’effimero.

“Sono venuto per restare”, disse
mentre andava via.

Lezione di geografia

Qui la terra trema
incurante dei sismografi,
trema ogni notte dolcemente
come se un lampo
agitato la navigasse.

Le date
sono andate svanendo
come i fiumi, che io li ricordi
oppure no.

Di sera
le greggi ritornano a casa.
Gli animali che conosco
si muovono in branco,
come i cani per Valparaiso,
bevono assieme il sale dalle pozzanghere
progenie di altri
impossibili.

E trotta quella lupa
con la coda folta,
lei che ha dato nome agli abitanti,
proteggendoti l’ombra.
Felina oggi negli altipiani, erede
del lampo, cleptomane
responsabile
che la proprietà privata ecceda
il territorio delle lenzuola: questo tempo
in cui l’aria sogna battito, silenzio,
galapago…
Chi ha spento questo galoppo
rilanciandolo?

Futaleufú

Per José Viñals, in memoriam

Là, dove l’acqua in mezzo alle ceneri
e i larici prigionieri,
nell’inizio esatto
delle parole che formano i fiumi,
– ruffff rufff kürüf (1)–
il vento e il suo suono
incurante della lingua.
Là, dove è inizio
e fine della memoria
il balbettio.

Accade dove le foglie cadono lente
e camminando gli insetti disegnano
la pioggia,
dove le sorsate in amicizia,
ma anche sul confine
dove tutto finisce

Ci sono viaggi dai quali non si ritorna mai.
E’ sempre qualcun altro colui che torna.

(1) Kürüf: vento nella lingua mapudungun, parlata fra Cile ed Argentina

L’estate
L’estate
è un sentiero
che costeggia il dirupo,
trasparenza d’acqua fra le isole
sparse, pietre del lampo
e caverne che uniscono la spiaggia
con l’orizzonte.

Nell’entroterra,
c’è chi porta agli altri il mare
nello sguardo,
gocce di sabbia nei boccioli del sogno.

L’estate è un ragazzo dagli occhi chiari,
un lunedì di febbraio, nel pomeriggio
in un bar di Madrid.

Sulle rive dell’Irwell

Una parola
e l’oscurità ondeggia,
si dissolve
e vola in una nube di farfalle nere,
nonostante la pioggia.
Dietro di lei
altre multicolori, sole, vigne
e frutti nella valle e nella pietra.
Parola aquilone
che innalza le tue risa insieme alle altre
dei bambini
tra le colonne abbattute dei templi.
Baalbek, Baalbek…

Se ti avessi detto

Se ti avessi detto
che non eravamo soli nel cielo
del ghetto,
tu mi avresti parlato dei gattini
che con le zampe legate
morivano nei tuoi sogni.
Lo so perché ho vegliato tutta la notte
avvolta in uno di quegli abbracci che non toccano
e perché non era yiddish o knaanic o polacco
ma la nostra propria lingua
in un codice strano
ciò che le tue labbra mormoravano.